venerdì, luglio 03, 2009


PERCHE’ SOSTENGO BERSANI

Con la conclusione di questa lunghissima tornata elettorale – iniziata con la imprevista sconfitta di Renato Soru nella corsa alla presidenza della Regione Sardegna e completata con i tiratissimi successi riportati a Firenze, Bologna e Bari -, gli appartenenti a quell’ampia fetta di popolo progressista che (spesso più per disperazione che per convinzione) trovano nel PD il loro attuale punto di riferimento devono ancora una volta interrogarsi su quale prospettiva perseguire nell’immediato futuro.
Mentre Bersani si candida, Franceschini replica, Veltroni ritorna, D’Alema ragiona, la Serracchiani sceglie e i TeoDem si agitano, provo a fornire il mio contributo al dibattito in corso sui prossimi assetti del centro-sinistra, partendo da un immagine tratta dall’ultima campagna elettorale: l’immagine di un militante diessino che, allontanandosi dalla piazza in cui aveva appena avuto luogo una manifestazione a sostegno di Flavio Del Bono, mormorava sconsolato: “Ma insomma, questo partito si regge grazie ai nostri voti, ai voti della sinistra…eppure…abbiamo per segretario un ex democristiano; abbiamo proposto candidati provenienti dalla Margherita a Roma, Bologna, Firenze, Napoli… Ma dove sono finiti i nostri? Perché abbiamo bisogno delle veline per mettere paura a Berlusconi?”.
Le riflessioni di quel militante contengono, a mio avviso, i due punti centrali su cui si impernia la sfida che i democratici sono oggi chiamati ad affrontare: da un lato la certificazione del fallimento del “veltronismo” e del modello del partito autosufficiente; d’altro lato, la necessità di dare vita ad un partito “vero”, prima ancora che ad un partito “nuovo”.
Già dall’analisi del famoso discorso del Lingotto, emergeva infatti come la filosofia veltroniana del “ma anche”, del partito dei lavoratori e degli imprenditori, dell’infelice ed un po’ greve italianizzazione degli slogan di Obama avrebbe di fatto chiuso i progressisti italiani nel più classico “cul de sac” , creando una forza politica incapace - a causa delle inevitabili divisioni interne e della palese mancanza di una linea unitaria– di prendere posizioni chiare sulle grandi questioni di rilevanza nazionale.
Alla luce di un simile status quo, scelsi di non partecipare alle primarie dell’ottobre del 2007, limitandomi ad accordare il mio voto al Partito Democratico nel tentativo di arginare l’onda berlusconiana che si accingeva a sommergere il Paese. Tuttavia, le conseguenze derivanti dall’attuazione della strategia elaborata dall’ ex Sindaco di Roma sono oggi sotto gli occhi di tutti: sommaria liquidazione della leadership di Romano Prodi (a cui evidentemente veniva imputatato il peccato mortale di aver vinto tutte le elezioni cui aveva partecipato); astensionismo crescente; gli operai di Mirafiori ed i portuali di Livorno che votano i massa per IDV e Lega Nord; amministratori apprezzati come Illy e Soru condannati alla sconfitta dalle divisioni maturate in seno alla loro stessa maggioranza; Berlusconi messo alle strette non dai rilievi di un’opposizione silente ai limiti dell’afonia, ma dalle rivelazioni di una pattuglia di escort in carriera; Veltroni costretto ad abbandonare in tutta fretta il quatier generale del Nazareno.
All’indomani di una consultazione amministrativa ispirata alla logica del “si salvi chi può!”, è dunque necessario individuare la strada da cui ripartire nell’elaborazione di una proposta politica in grado di guidare l’Italia fuori dalle sabbie mobili in cui si sta rovinosamente arenando l’attuale esperienza di governo del Cavaliere. In questo senso, per ridare speranza ad un Paese sull’orlo di una crisi politica e morale forse irreversibile, non bastano qualche faccia nuova ed i generici richiami ad un rinnovamento finora percepibile solo in alcune sporadiche riunioni di militanti lastricati di buone intenzioni: bisogna creare, entro tempi brevi, un partito degno di tale nome.
Occorre creare un partito (lo si chiami PDS, DS, o PD: le sigle ormai lasciano il tempo che trovano) capace di intercettare i consensi degli appartenenti a quella vasta area della c.d. “sinistra diffusa” che attualmente versano, per usare le parole di Ilvo Diamanti, nella triste condizione di esuli in terra straniera, fungendo da elemento-cardine di una forte coalizione che sappia riproporre lo spirito del grande Ulivo del 1996.
Occorre creare una partito saldamente radicato sul territorio, non più equidistante tra sindacato ed imprese ma presente nel mondo del lavoro e vicino alle esigenze dei lavoratori; occorre creare un partito etico, schierato a difesa della Magistratura e delle istituzioni di garanzia, messe quotidianamente sotto attacco dall’arroganza di un premier che una legge inconcepibile presso qualunque democrazia occidentale rende di fatto legibus solutus; occorre creare un partito laico, che sappia affrontare i temi connessi alla tutela delle libertà civili proponendo soluzioni emendate da pregiudizi di natura morale o religiosa.
Di questo insieme di istanze - gridate a tutta forza dal popolo progressista presente nelle piazze, nei circoli, nei blog ed in tutti i luoghi di aggregazione che la politica moderna mette a disposizione di elettori e militanti - né Franceschini (a cui va riconosciuto il merito di avere di avere svolto con dignità il ruolo di traghettatore assegnatogli dopo il fallimento della stagione veltroniana, stagione della quale era stato comunque attivo protagonista) né la tanto onesta quanto ingenua Debora Serracchiani sembrano avere preso integralmente consapevolezza, evidentemente ignari del fatto che ogni operazione di rinnovamento di una classe dirigente non può prescindere dalla costruzione di un partito ancorato a valori che, al momento, in casa democratica non è dato rilevare.
Di queste istanze sembra invece essersi fatto effettivo interprete Pierluigi Bersani, eterno contestatore del modello del “partito liquido” e convinto sostenitore della necessità di ricreare, attorno al PD, una nuova alleanza di centro-sinistra (basata sull’intesa tra ex prodiani, ex diessini e sul contributo di alcune delle forze che al momento si collocano a sinistra del Partito Democratico) per proporre quella credibile alternativa alla destra berlusconiana di cui attualmente si avverte la mancanza.
Dopo anni di incertezze e di divisioni, sento di condividere questo progetto, anche se non nascondo le tante zone d’ombra che il medesimo presenta, con particolare riferimento agli uomini che saranno chiamati, soprattutto a livello locale, a gestirne l’attuazione. Comunque, alle primarie di ottobre, mi presenterò al seggio: voterò per Bersani, e per sostenere l’idea di un PD qualificabile come moderno partito di sinistra, sperando che anche questa ennesima speranza non si trasformi nell’ennesima delusione.


Carlo Dore jr.

sabato, giugno 06, 2009


E LA FOLLA GRIDAVA “ENRICO! ENRICO!”
- La nostra Italia, la nostra Sinistra: venticinque anni dopo -

Mentre scrivo queste righe, non riesco a distogliere l’attenzione dalla scena finale della storia che oggi provo a raccontare: la storia di Enrico Berlinguer visto da lontano, da un’epoca caratterizzata dal trionfo dell’antipolitica e dalla graduale trasformazione di quel popolo della sinistra che in Berlinguer trovava la sua guida in una disperata compagine di esuli senza partito.
Mi concentro dunque su quest’ultima scena: penso ad una piazza piena di gente, accalcata sotto il cielo di Padova in una fredda serata di giugno, all’inizio di un’estate che proprio non voleva saperne di arrivare; penso alle bandiere che incorniciavano il palco su cui si erano appena alternati i principali esponenti del Partito Comunista del Veneto; penso al boato che accompagnò la breve marcia di Berlinguer verso la tribuna destinata all’oratore.
Anche quella volta, mi piace credere che il Segretario sorrise prima di iniziare a parlare, persuasivo come sempre, dell’Italia che aveva in mente, della Sinistra che aveva in mente: ribadiva la centralità che, nel suo programma, assumevano le libertà civili difese nelle battaglie referendarie sull’aborto e sul divorzio; rilanciava l’idea di una grande mobilitazione a difesa dei diritti dei lavoratori, contro una politica economica che rischiava di abbattere drasticamente il potere d’acquisto dei salari.
Poi, nel mezzo di una frase, ecco che un brivido freddo percuote la folla: Berlinguer si ferma, le parole sembrano morirgli sulle labbra, il megaschermo proietta l’immagine di un volto contratto in una innaturale smorfia di dolore. Che succede al Segretario? E’ in questo momento che dal fondo della Piazza si leva un grido, un grido destinato ad accompagnare fino alle battute conclusive l’ultimo discorso di quello che tutti oggi ricordano come il più amato tra i leader della sinistra italiana del dopoguerra: “Enrico! Enrico!”

Berlinguer barcolla, prende fiato, riparte: per rivivere oltre dieci anni alla guida del PCI nel breve spazio di pochi minuti. Riprende a parlare della prospettiva di un socialismo dal volto umano, della possibilità di riaffermare all’interno di un Paese ben integrato nell’Alleanza Atlantica quei valori di libertà, democrazia, eguaglianza e giustizia sociale brutalmente rinnegati dai teorici della Guerra Fredda, in vario modo distribuiti tra Mosca e Washington. Descrive l’emozione che promanava dal progetto di fare del PCI una grande forza di governo, di concludere una volta per sempre la lunga fase di transizione che doveva condurre i comunisti italiani dagli Sputnik al centro-sinistra.
Gramsci il teorico di riferimento, Allende il modello a cui guardare: anche quella sera, Berlinguer voleva raccontare alla sua Italia come - anche nel bel mezzo della stagione dei muri e delle cortine di ferro, dei carri armati sovietici e delle spie venute dal freddo – era giunto a coltivare l’idea che un altro Mondo fosse davvero possibile.

“Enrico! Enrico!”

Il discorso del Segretario procede a strappi: Berlinguer individua uno dopo l’altro i fattori che hanno precluso l’attuazione del suo progetto. Spiega come la strategia del compromesso storico sia stata gradualmente stritolata dall’avvento del CAF e dalle pallottole delle BR, rinchiusa nel cofano di una Renault rossa insieme al corpo martoriato di un leader democristiano storicamente non allineato alle direttive della CIA; denuncia la lenta deriva della classe dirigente della stagione della Milano da bere verso un sistema di corruzione istituzionalizzata che ben presto sarebbe divenuto l’asse portante dell’economia nazionale; chiarisce come una loggia nera, molto segreta e molto potente, abbia messo a repentaglio l’integrità delle istituzioni democratiche sorte dalle ceneri della lotta di liberazione; invita il popolo della sinistra a riaffermare casa per casa, fabbrica per fabbrica, sezione per sezione, l’estrema attualità degli ideali che avevano caratterizzato l’intero periodo della sua segreteria, ad individuare ancora nella creazione di una moderna forza di governo la Nuova Frontiera di tutti progressisti italiani.

“Enrico! Enrico!”

L’ultimo discorso di Berlinguer si chiude qui: e dopo venticinque anni, quell’immagine del Segretario che combatte con le parole destinate a perdersi nel freddo fuori stagione di una maledetta sera di giugno appare solo come l’estrema icona di una politica ancora capace di scaldare cuori e idee, come il ricordo un po’ sbiadito di una stagione che non esiste più. Dopo Berlinguer è arrivato il CAF, dopo il CAF è arrivato Berlusconi per mortificare una volta per sempre i progetti di governo di una sinistra dimostratasi troppe volte incapace di dare voce a quell’autentico progetto di cambiamento teorizzato dal Segretario nel suo testamento morale.
Ma oggi, nell’epoca delle veline e dei “mi consenta”, dei menestrelli e dei voli di Stato in versione low cost, del trionfo della cultura dell’impunità e dell’adorazione dell’Uomo solo al comando, dobbiamo chiederci: cosa rimane di Enrico Berlinguer? Cosa rimane dell’Italia che egli sognava e della sinistra che aveva in mente? Cosa resta, in altre parole, della “nostra sinistra” e della “nostra” Italia?
Rimane il sogno di dare vita, in un futuro più o meno prossimo, ad una forza moderna, libertaria, socialista e democratica, capace di proporsi come credibile punto di riferimento per l’Occidente illuminato dal pensiero di leader autentici come Obama e Zapatero. Rimane l’idea di una politica intesa come strumento utile all’attuazione dell’interesse generale, e non come banale complesso di pratiche di potere.
Rimane soprattutto l’istantanea di Pertini che piange sulla bara di quello che definì un autentico “compagno di lotta”, e il ricordo di quella piazza gremita sotto il palco e le bandiere, che scandisce all’unisono il nome del segretario verso le nuvole del cielo di Padova.
“Enrico! Enrico!”. L’eco di quel grido è riuscito a superare il silenzio che caratterizza l’incedere della Storia, ed ancora oggi torna per portare speranza: alla povera sinistra, ed alla povera Italia.
Carlo Dore jr

venerdì, maggio 22, 2009


IL PAESE CHE HA PERSO LA CAPACITA’ DI INDIGNARSI


Solo pochi mesi or sono, il premier israeliano Olmert, implicato in un’inchiesta giudiziaria relativa ad alcuni presunti finanziamenti illeciti percepiti dal suo partito, ha rassegnato immediatamente le dimissioni, dichiarandosi fiero di rappresentare un Paese in cui anche un leader politico di primo piano può essere sottoposto ad indagini alla stregua di un qualsiasi cittadino.
Di certo, il ricordo di questa vicenda non ha nemmeno sfiorato la mente di Silvio Berlusconi mentre, dinanzi alla platea degli industriali, si produceva nell’ennesimo rabbioso ed un po’ sconclusionato monologo volto a contestare le motivazioni della sentenza attraverso cui il Tribunale di Milano ha condannato l’avvocato inglese David Mills, accusato di avere reso, dietro compenso, falsa testimonianza in alcuni dei processi in cui lo stesso Presidente del Consiglio risultava imputato.
Noncurante dello sconcerto di tutta la stampa internazionale, il Cavaliere non ha esitato a dare fondo al suo repertorio di integralista del pensiero unico, forte del consenso della componente più radicale del capitalismo italiano: accuse alle “toghe politicizzate”, colpevoli di utilizzare la clava giudiziaria nel vano tentativo di minare la sua popolarità sempre crescente; accuse a Nicoletta Gandus, il Presidente del collegio milanese che ha pronunciato la sentenza di cui sopra, da sempre descritta come una fanatica oppositrice dell’Esecutivo; accuse alla stampa indipendente, che rifiuta di rassegnarsi al ruolo di mera cassa di risonanza per i proclami del Capo; accuse alla pallidissima opposizione democratica, rea di avere semplicemente chiesto al Premier di sottoporsi a processo, rinunziando all’immunità confezionatagli su misura dal provvidenziale Lodo Alfano; accuse al Parlamento, organo “inutile e pletorico” che paralizza la governabilità del Paese.
Ora, sospendendo ogni giudizio sulla immancabile sequenza di invettive contro la “giustizia ad orologeria” offerta all’opinione pubblica dalla consueta ronda di avvocati – parlamentari in quota PDL, le ultime performance verbali del Presidente del Consiglio non possono che destare preoccupazione ed inquietudine circa lo stato di una democrazia i cui principi fondamentali vengono messi quotidianamente in discussione.
Sotto un primo profilo, dalle parole di Berlusconi traspare la profonda convinzione che l’investitura popolare possa essere di per sé sufficiente a sottrarre il soggetto titolare di una carica istituzionale dall’applicazione di qualsiasi regola o controllo, la concezione del potere politico non come “funzionalizzato” al perseguimento dell’interesse generale, ma come strumentale all’esaltazione della volontà del princeps ed alla legittimazione del più colossale conflitto di interessi configurabile nel Mondo occidentale.
Ma c’è di più: l’ossessiva riproposizione dell’adagio “gli Italiani sono con me!” non rappresenta il mero prodotto della vocazione alla grandeur di un leader incapace di interpretare il proprio ruolo con rigore e sobrietà. No, essa si fonda sulla tristemente esatta constatazione del fatto che la cultura berlusconiana ha a tal punto contaminato il Paese da far apparire, agli occhi della maggioranza dei cittadini, la costante compenetrazione tra potere politico e interessi privati, il continuo svilimento del ruolo delle istituzioni di garanzia, l’esaltazione dell’efficientismo dell’Uomo solo al comando non come minacciosi segnali dell’esistenza di una deriva autoritaria, ma come fisiologiche variabili intrinseche al corretto funzionamento della dialettica democratica. In altre parole, il consenso stratosferico di cui il Premier si dichiara portatore trae vita proprio dal fatto che il Paese sta perdendo, giorno dopo giorno, la propria capacità di indignarsi, giungendo a considerare il Lodo Alfano come la normalità e le dimissioni di Olmert come una inconcepibile anomalia imposta dall’imperversare di qualche toga militante.
Ancora non sappiamo se il Presidente del Consiglio si recherà in Parlamento per riferire “su ciò che pensa di certa magistratura”. Di certo, nell’aula di Montecitorio non risuonerà quella parola (“dimissioni”), che apparirebbe come un atto dovuto per qualsiasi leader dell’Occidente democratico coinvolto in una inchiesta giudiziaria delle proporzioni di quella su cui si è appena pronunciato il Tribunale di Milano. Ma, d’altro canto, le dimissioni di un Premier “troppo impegnato a governare per potersi occupare dei processi” sarebbero poco compatibili con le logiche di un Paese che ha ormai rinunciato alla propria capacità di indignarsi.

Carlo Dore jr.

venerdì, maggio 01, 2009


IL REGIME DEL “GRANDE FRATELLO”:
CHE PAESE STIAMO DIVENTANDO?

Se qualche opinionista votato all’autolesionismo avesse avuto cura di esaminare le pagine de “Il Giornale” e di “Libero” degli ultimi tre giorni - magari dopo avere consultato quei blog dove le peggiori pulsioni dell’elettorato berlusconiano trovano libero sfogo – avrebbe facilmente compreso che le polemiche innescate dalle dichiarazioni al vetriolo di Veronica Lario sulla “Vallettopoli” del marito Presidente non possono essere semplicemente liquidate come la solita bufera familiare innescata dalla consorte piccata di un politico dai modi genuinamente disinvolti.
Il leitmotiv che traspare da quelle pagine è più o meno il seguente: non disturbate il Premier con questioncine di basso profilo. Lui risolve i problemi del Paese col sorriso, e pazienza se i suoi modi spicci e chiassosi lasciano a bocca aperta persino la Regina di Inghilterra; se promuove attrici, veline o letterine varie al rango di Ministro o di sottosegretario, se pensa di imporre, insieme al sempreverde Mastella, la cantante di Villa Certosa come parlamentare europeo; se decide di spostare il G8 da La Maddalena a L’Aquila come se si trattasse della sua festa privata. Agli Italiani lui piace così, quindi chi se la prende con il Presidente se la prende con la maggioranza degli Italiani.
Tuttavia, mentre l’organizzazione internazionale Freedom House ha retrocesso l’Italia al rango di “paese potenzialmente libero”, l’intera vicenda sopra richiamata impone la formulazione di una domanda, già rilanciata da Curzio Maltese attraverso le colonne di “Repubblica”: che Paese stiamo diventando?
La risposta a questo interrogativo può essere rinvenuta proprio nell’indagine della Freedom House: stiamo diventando un Paese non totalmente libero ma solo “potenzialmente” libero, un Paese del tutto appiattito sulla figura del Capo, che vive, discute, si divide e si unisce esclusivamente in funzione delle vicende che il Capo decide di dare in pasto all’opinione pubblica. Insomma, siamo tutti spettatori non paganti di un continuo reality show ambientato tra Arcore e Palazzo Grazioli, monopolizzati da quello che potremmo definire come una sorta di “regime del Grande Fratello”.
Questa affermazione non costituisce l’ennesimo prodotto dell’antiberlusconismo militante: al contrario, trova conferma in una serie di circostanze obiettive. Ad esempio: mezza Italia si commuove per il fatto che il Premier, per la prima volta dopo quattordici anni, si è deciso a celebrare la festa del 25 aprile, senza attribuire rilievo al fatto che l’azione dell’attuale maggioranza di governo risulta costantemente orientata al superamento dei principi di quella Carta Costituzionale che della Resistenza e della Liberazione rappresenta appieno i valori.
Ancora: il Premier tuona contro quei (pochi, in verità) esponenti dell’opposizione che si permettono di criticare i criteri alla luce dei quali vengono completate le liste del partito di maggioranza - magnifica combinazione tra sorrisi da copertina e vecchi professionisti della politica in servizio permanente effettivo -, invitandoli, con l’eleganza propria dello statista consumato, a pensare a quei “parlamentari antiestetici e maleodoranti” che talvolta occupano i banchi a sinistra dell’Emiciclo.
Infine, maggioranza e minoranza applaudono alla decisione unilateralmente assunta dal Presidente di portare il G8 lontano dalla Sardegna, nel silenzio assordante di un’Amministrazione regionale che – eletta pochi mesi fa proprio grazie alla contiguità politica rispetto al “governo amico” – accetta ora che venga inflitto un colpo mortale alle aspirazioni di crescita di una terra in difficoltà.
Ma se un Paese rinuncia alla propria coscienza critica, alla propria vocazione democratica, alla propria capacità di autodeterminazione, allora di quel Paese cosa resta? Resta il sultanato del Presidente, debitamente corredato dal tremebondo circo di veline, politici di professione e vari yes-man di cui le dichiarazioni di una first lady prossima alla pensione hanno solo confermato l’esistenza. Restano le pulsioni autoritarie, le ostentazioni di efficientismo e le battute sparate a reti unificate per intrattenere i protagonisti dei vertici internazionali. Resta la profonda tristezza di chi, fedele ai valori democratici consacrati nella Costituzione nata dalla lotta al fascismo, assiste impotente alla lenta deriva del sistema Italia verso il regime del Grande Fratello.

Carlo Dore jr.

lunedì, aprile 13, 2009


LA SVOLTA SOCIALE DEL PARTITO A-SOCIALE


La partecipazione del segretario del Partito Democratico alla grande manifestazione tenuta dalla CGIL lo scorso 4 aprile è stato oggetto di un acceso dibattito che non ha semplicemente reso ancora più aspro il confronto tra maggioranza ed opposizione, ma ha contribuito a mettere ulteriormente in rilievo i contrasti in essere tra le varie anime del centro-sinistra. Mentre gli editorialisti di casa – Berlusconi non hanno perso l’occasione per ribadire una volta di più come “ormai è la CGIL a dettare la linea del PD”, l’ala centrista che fa capo a Letta e Rutelli ha contestato duramente la “svolta a sinistra” imposta al partito da Franceschini, evidenziando come una simile scelta strategica sia poco compatibile con la visione de-ideologizzata della politica che del partito medesimo aveva caratterizzato la formazione.
In verità, se si analizzano gli eventi che si sono succeduti dal giugno del 2007 ad oggi, si comprende come proprio la visione della “politica lieve” declinata da Veltroni nell’ormai celebre discorso del Lingotto ha costituito la principale causa della situazione di crisi in cui attualmente versa il centro-sinistra italiano, il fattore decisivo su cui è stata impostata l’ennesima marcia trionfale di Berlusconi alla volta di Palazzo Chigi.
Creato dieci anni dopo la bellissima e coinvolgente esperienza del grande Ulivo, nel bel mezzo di una stagione caratterizzata da un’instabilità che rasentava la schizofrenia, il Partito Democratico nasceva con l’ambizione di porsi come una sorta di grande contenitore in grado di intercettare i voti dell’elettorato moderato senza perdere consensi a sinistra. La filosofia veltroniana del “ma-anche” era evidentemente funzionale al perseguimento di un simile obiettivo, proponendo l’idea di un partito gazebo (non strutturato in senso tradizionale ma “flessibile” nella sua organizzazione: ricordate la polemica sul “partito liquido” e sul “partito senza tessere”?) equidistante da lavoratori e imprenditori, collocato a mezza strada tra il modello del Labour party inglese – dal quale veniva mutuata l’idea del Governo ombra – e quello dei Democratici americani, in cui le primarie plebiscito dovevano consentire al segretario eletto senza competizione di fungere da “camera di compensazione” tra le varie correnti che mettevano quotidianamente a soqquadro i locali del Nazareno.
Ovviamente, l’attuazione di questa filosofia non poteva che determinare alcune – peraltro prevedibili – distorsioni: nel tentativo di rappresentare tutte le componenti della società italiana, il PD ha finito col non rappresentare adeguatamente nessuna delle realtà che attualmente caratterizzano la vita del Paese, allontanandosi così dalle istanze e dalle rivendicazioni di quelle forze sociali che del centro-sinistra da sempre rappresentano la base elettorale di riferimento. Di più: l’idea del partito leggero, del partito senza tessere né sezioni, ha comportato la brusca interruzione dei processi utili a favorire la partecipazione dei miltanti alla vita politica, allentando ulteriormente il già sfilacciato rapporto tra rappresentanti e rappresentati.
Insomma, privo di punti di contatto con la società civile, il PD è stato ben presto percepito dagli elettori come un partito “a-sociale”, se non proprio come un partito “anti-sociale”. L’accertamento di un simile status quo è utile a spiegare una serie di fenomeni altrimenti poco comprensibili: il tentativo (fallito sia con Illy che con Soru) di coprire attraverso il carisma del leader forte la mancanza di un progetto politico degno di tale nome; il potere decisionale assunto, nell’ambito delle varie realtà locali, da quei “cacicchi” di cui Gustavo Zagrebelsky ha più volte denunciato l’esistenza; il crollo di consensi conseguente alla tendenza, acutamente evidenziata da Ilvo Diamanti, degli elettori di centro sinistra a proporsi, in quanto privi di una forza politica di riferimento, come un popolo di esuli costretto ad attraversare una terra straniera.
Di questa difficile realtà Franceschini (e Bersani prima di lui) sembra avere al fine acquisito consapevolezza: messo in soffitta il modello dell’opposizione silente ed assente, il PD deve tornare tra la sua gente, captarne gli umori, comprenderne le necessità, assecondarne le esigenze per poter ricostruire, nel prossimo futuro, un’alternativa credibile allo strapotere arrogante ed un pò pacchiano che trasuda dalle gesta quotidiane del Cavaliere.
In tal senso, l’immagine dei dirigenti democratici che marciano accanto ai lavoratori della CGIL e che assistono alla meravigliosa lezione di democrazia e cultura solidale impartita da Epifani agli epigoni di Brunetta rappresenta un segnale di speranza: la speranza che i canali di comunicazione tra società e forze politiche riprendano a funzionare a pieno regime; la speranza che, una volta superata la fallimentare stagione del “ma-anchismo”, l’assunto in base al quale “laddove c’è un povero, un disoccupato, un precario, un lavoratore non può non esserci anche un progressista” rappresenti davvero il momento iniziale della tanto auspicata svolta sociale del partito nato come forza a-sociale.

Carlo Dore jr.

sabato, marzo 28, 2009




LA GIOSTRA MEDIATICA DEL MERCANTE DI SOGNI


L’immagine del congresso fondativo del PDL che forse più di ogni altra passerà alla Storia è quella di Silvio Berlusconi che, disperatamente abbarbicato alle braccia di Michela Vittoria Brambilla e Stefania Prestigiacomo, risponde all’ovazione della folla oceanica convocata per l’occasione, sotto lo sguardo benevolo dell’ex missino La Russa, dell’ex democristiano Rotondi, dell’ex socialista Cicchitto, dell’ex dipietrista Di Gregorio.
Se ci si fermasse all’esame di questa immagine, se ne potrebbe ricavare l’impressione dell’ennesima parata di veline e vecchie glorie predisposta per esaltare lo smisurato ego dell’Unto dal Signore, della solita adunanza di supporters organizzata allo scopo di alimentare il circo mediatico su cui il vecchio Mercante di Sogni fa affidamento per moltiplicare ulteriormente il suo già smisurato consenso. Il problema è che questa volta il Mercante di Sogni mira più in alto: mira a creare quel partito “capace di raggiungere il 51 per cento dei consensi” che gli consenta di gridare in faccia agli oppositori “il popolo sono io!”, di concludere con l’ascesa al più elevato scranno del Quirinale la breve marcia intrapresa dal basso del predellino di una Mercedes.
Tuttavia, mentre l’applauso dei Dell’Utri boys inizia a disperdesi nel grigio silenzio della periferia romana, gli sterili proclami che inneggiano al “momento storico per la democrazia italiana” non impediscono ad un osservatore attento di rilevare come il PDL – nella sua pretesa dimensione di partito liberale proiettato nella galassia del moderatismo europeo - politicamente non abbia alcuna consistenza, risolvendosi in una lunga sequenza di sigle provenienti dal chiuso della Prima Repubblica e tenute insieme nel calderone di una destra a-costituzionale ed un po’ reazionaria dalla sola puissance del leader forte, di un leader disposto a tutto pur di dare vita (in base a quanto affermato dal settimanale “The Econimist”) “al partito che gli assicura la libertà di fare quello che vuole”.
Ma se tutto questo è vero, come è allora possibile che un partito che si esaurisce nel sorriso di cartapesta dell’Uomo solo al comando sia in grado di candidarsi a rappresentare la maggioranza assoluta degli Italiani? In base a quale calcolo il Cavaliere pensa di poter un giorno affermare “il popolo sono io”? Qual’è, in altre parole, la chiave di volta che fa funzionare la giostra del vecchio Mercante di Sogni?
Molto probabilmente, la risposta agli interrogativi appena formulati deve essere rinvenuta nella sostanziale incapacità, reiteratamente manifestata dalle forze di centro-sinistra, di proporre un’alternativa credibile allo strapotere berlusconiano, di contrastare efficacemente quella perversa connessione tra interessi economici, ruoli istituzionali, autoritarismo peronista ed ossessiva ricerca dell’impunità da cui è alimentata la marea nera che al momento sembra sommergere il Paese.
Le esperienze del 1996 e del 2006 rivelano infatti un dato incontrovertibile: per i progressisti, il PDL rappresenta un avversario battibile, un avversario che rivela tutta la sua debolezza allorquando l’elettorato viene chiamato a prendere posizione sui grandi temi del conflitto di interessi, della giustizia, della tutela del lavoro, della questione morale. Ebbene, invece di impostare il dibattito politico come una grande battaglia di idee, togliendo così il fiato ad un interlocutore che tenta da sempre di coprire con i fuochi d’artificio del potere economico la propria endemica mancanza di contenuti, i partiti che sostenevano l’Esecutivo guidato da Romano Prodi hanno finito col dividersi tra il massimalismo senza costrutto della c.d. “sinistra radicale” e l’inconsistente idea veltroniana del “partito gazebo”, con l’accettare il berlusconismo come una normale componente della società italiana, col declinare alla lunga – anche e soprattutto attraverso l’esplicita rinuncia ad individuare nella regolamentazione del conflitto di interessi il punto di partenza di ogni strategia riformatrice – una visione della politica e della società sostanzialmente compatibile con i dettami del Vangelo secondo Silvio.
Se però si tiene fede all’antico proverbio secondo cui la più buia ora della notte è proprio quella che precede l’alba, allora bisogna concludere che l’alba forse sta per arrivare. L’immagine dell’Unto dal Signore che tiene a battesimo il suo partito di maggioranza assoluta può infatti costituire la scintilla in grado di spingere il centro-sinistra a rimobilitare il proprio elettorato - attraverso una rinnovata unione tra le varie forze riformiste e democratiche che ancora rappresentano le più vitali componenti della società italiana - per combattere quella grande battaglia di idee dinanzi alla quale il Cavaliere ha più volte dimostrato di andare in sofferenza, nella forte consapevolezza del fatto che una democrazia evoluta non può reggersi sulle pulsioni cesariste del dominus indiscusso di una destra a-costituzionale, sulla giostra mediatica che alimenta il consenso di un vecchio Mercante di Sogni.

Carlo Dore jr.

lunedì, febbraio 23, 2009


QUANDO NON BASTA IL LEADER FORTE

La bruciante sconfitta subita da Renato Soru in occasione delle elezioni regionali in Sardegna e le conseguenti dimissioni di Veltroni dalla carica di segretario nazionale del PD impongono una approfondita riflessione sulle cause di questa ennesima debacle riportata dall’area democratica e sulle prospettive che attendono il centro-sinistra tanto a livello locale quanto a livello nazionale.
Le analisi del voto finora proposte all’opinione pubblica risultano infatti caratterizzate, in massima parte, da quella sottile vena di radicalismo che ha trasformato la campagna elettorale appena conclusa in una sorta di grottesca “corsa a perdere” tra soriani ed anti-soriani, tra democratici autentici e ciechi sostenitori di un Principe poco illuminato, tra riformisti moderni e sodali dei vecchi “castosauri” della politica.
Se infatti gli eterni avversari di Mr. Tiscali interpretano la vittoria di Cappellacci esclusivamente come un fallimento di Soru (è Soru che ha impostato la campagna elettorale e che ha deciso le candidature; è Soru che ha sottovalutato la questione democratica rimanendo soffocato dal suo stesso autoritarismo; è Soru che ha male interpretato l’impatto assunto da determinate riforme sull’elettorato), i sostenitori dell’ex Presidente rilevano come, dati alla mano, la sconfitta del 15 febbraio deve essere intesa più come una conseguenza dell’emorragia di consensi a cui sono andati incontro i vari partiti della coalizione che come il risultato degli errori tattici del candidato Governatore.
In verità, come sopra accennato, entrambi questi punti di vista risultano condizionati da una certa parzialità: è infatti indubbio che, staccato di quasi dieci punti da un avversario non irresistibile – per quanto palesemente supportato dal colossale circo mediatico su cui si basano i tour elettorali di Berlusconi - , l’attuale dominus de “l’Unità” debba farsi carico in prima persona delle responsabilità di una Waterloo elettorale che ridimensiona seriamente la sua aspirazione a proporsi come leader nazionale, nelle vesti ormai un po’ abusate di “Obama italiano”.
Tuttavia, il voto sardo non può, per due ordini di ragioni, essere letto semplicemente come un voto “contro” il Presidente: in primo luogo, perché a perdere non è stato solo il Governatore uscente. Con Soru hanno perso anche quei tanti sardi che, magari con scarso entusiasmo, hanno scelto per ragioni di coerenza politica di mobilitarsi a favore del centro-sinsitra e del suo candidato; in altri termini: io ho sostenuto Soru, quindi con lui ho perso anch’io.
In secondo luogo perché l’esito del voto in Sardegna si presta ad una diversa valutazione se esaminato nel quadro complessivo della politica nazionale: in questa prospettiva, appare evidente che Soru non è stato sconfitto a causa della propria avversione al metodo democratico, della sua incapacità di interpretare gli umori dell’elettorato, del “fuoco amico” orchestrato dai vecchi oligarchi in rivolta.
No, Soru ha pagato lo stesso errore di fondo che alla lunga ha bruciato la segreteria di Veltroni: l’illusione che un pilota di prima grandezza possa far correre una macchina senza motore; l’illusione che il carisma del “leader forte” o la legittimazione plebiscitaria di un segretario dalla faccia pulita, ben supportato dalla presenza di alcuni candidati – copertina, possa risultare sufficiente a coprire la mancanza di un progetto politico, a colmare l’assenza di un partito capace di farsi interprete delle istanze di una fetta più o meno ampia di società civile.
Ora, se si tiene presente l’attuale conformazione del PD – terra di conquista per quel manipolo di “cacicchi” della politica a cui faceva riferimento Gustavo Zagrebelsky nella bellissima intervista rilasciata a Repubblica solo pochi mesi fa - , per quanti fin dal 2007 denunciavano i rischi che stavano alla base della fusione tra DS e Margherita sarebbe oggi tanto facile quanto inutile gridare “avevamo ragione noi!”. Sarebbe facile, perché è facile fare la storia con i “se”; sarebbe inutile, perché al momento oltre il PD c’è il vuoto, e perché un PD forte è il presupposto imprescindibile per la creazione di un centro-sinistra in grado di rappresentare una alternativa credibile allo strapotere berlusconiano.
Occorre ripartire, dunque, ma da dove? In questo momento, l’unica strada percorribile appare quella tracciata dal “modello – Bersani”: basta con l’utopia del partito leggero, basta con gli “I care”, i “ma anche” ed i “si può fare”; l’America è lontana, ed ora serve un partito diverso. Serve un PD non più equidistante tra lavoro ed impresa, ma vicino al sindacato ed alle esigenze dei ceti più deboli; serve un PD mobilitato a difesa dei valori costituzionali della legalità, della democrazia e della laicità, valori oggi messi sotto attacco dalla cultura del razzismo strisciante, del monocratismo più assoluto, del fascismo in doppio petto urlata a tutta forza dai componenti delle ronde padane. Serve, in altre parole, un PD più progressista, capace di intercettare il consenso di quella sinistra diffusa, comunque ben radicata sul territorio del Paese.
Forte del consenso di più di quattrocentomila elettori, Soru, da capo dell’opposizione democratica in Sardegna, ha il diritto ed il dovere di dare il suo contributo alla creazione di questo nuovo soggetto politico, di recitare un ruolo importante in questa cruciale stagione di rinnovamento del centro-sinistra italiano. Ma attenzione: questo contributo non deve tradursi in una semplice opera di egemonizzazione, nella creazione dell’ennesimo “partito personale”. Proprio l’esperienza della campagna elettorale appena conclusa conferma come la presenza del leader forte non basta, da sola, a colmare la mancanza di un progetto politico.

Carlo Dore jr.